La crescita della produzione di cannabis terapeutica

Ultimo aggiornamento: 18.11.19

 

Sempre più persone, afflitte da diversi tipi di patologie, ricorrono alla cannabis terapeutica: queste le prospettive per il futuro.

 

Quando la cannabis terapeutica è arrivata in Italia, non tutti erano ancora pronti a capire di cosa si trattasse, un po’ per disinformazione, un po’ per pregiudizio. Fatto sta che questo prodotto risulta risolutivo in molti casi, per eliminare gli effetti di alcune malattie veramente invalidanti.

 

Una nuova frontiera

C’è da dire che la cannabis terapeutica è una novità solo per l’Italia, visto che paesi come Israele o la Germania la utilizzano già da tempo nei loro protocolli medici. L’Olanda, addirittura, è l’unica nazione europea a produrla e a venderla.

Può essere preparata in diversi modi: come decotto, olio, vaporizzata o in capsule, in ogni caso sembra avere riscontri positivi su un grande numero di pazienti, in particolar modo per combattere la spasticità e il dolore, elemento che impedisce a tanti sofferenti di condurre una vita normale. Risulta quindi una terapia vincente per chi ha un tumore e sta facendo la chemioterapia, per i malati di Parkinson e Alzheimer, per i bambini che hanno crisi epilettiche.

Bisogna superare il pregiudizio che la assimila a quella canonica, in quanto la cannabis terapeutica è coltivata indoor, la sua produzione è standardizzata e i suoi principi attivi controllati. Che differenza c’è tra i vari metodi di somministrazione? I decotti hanno un effetto molto blando, la vaporizzazione, al contrario, agisce molto velocemente. Le capsule contengono un dosaggio standard, in base alla prescrizione medica, mentre l’olio può essere gestito con il contagocce.

 

 

La proposta di Confagricoltura e Coldiretti

Il ministro della salute Giulia Grillo ha considerato il problema nel quale incorrono tanti malati in possesso dei requisiti per l’accesso alla cannabis terapeutica: le scorte sono poche e la produzione non riesce a coprire il fabbisogno della popolazione.

Per questa ragione ha deciso di aprire le porte a progetti privati di coltivazione, oltre alle serre già utilizzate nello Stabilimento militare di Firenze. A questo punto intervengono Confagricoltura e Coldiretti, che si dicono pronte a dare vita a questo tipo di coltivazioni.

Questa proposta è dovuta anche al fatto che la cannabis terapeutica oggi presente in Italia è in gran parte acquistata dall’estero, cioè dall’Olanda e dalla Germania, mentre una parte molto ridotta deriva dalla produzione nazionale.

Entrambe le associazioni sono già coinvolte nella produzione di canapa industriale e ritengono che portare avanti un progetto di una filiera al 100% italiana, atto a unire l’agricoltura con l’industria farmaceutica, costituisca un passo importante per l’economia agricola del paese, oltre a una modernizzazione che si aspetta da tempo.

Se teniamo fede allo studio effettuato un po’ di tempo fa dalla Coldiretti, questo progetto porterebbe un reddito di 1,4 miliardi, circa 10mila nuovi posti di lavoro e la garanzia, per tanti malati, di non ritrovarsi senza la scorta di medicinale, l’unico in grado di farli sentire meglio.

 

La crescita nel mondo

Secondo The Hemp Business Journal la cannabis medica avrebbe avuto una crescita esponenziale, destinata a procurare nel 2020 un profitto di oltre 2 miliardi di dollari. Tuttavia, con i dati odierni, il Brightfield Group, una società che effettua ricerche di mercato sulla cannabis, ha potuto prevedere un incremento che arriva a 31,4 miliardi di dollari nel 2021.

Attualmente sono gli Stati Uniti e il Canada a fare la parte del leone, in quanto sono i primi nella classifica dei venditori della cannabis terapeutica. Tuttavia il mercato internazionale è ciò che, nei prossimi anni, comporterà il vero boom di questo prodotto.

Il punto di forza è sicuramente il CBD, che, come abbiamo già visto, è fondamentale per combattere i sintomi di tante malattie, anche quando la cannabis viene fumata con un vaporizzatore, soprattutto nei pazienti che non trovano beneficio con altri farmaci.

 

Il problema normativo in America

Il regolamento per la commercializzazione di questa sostanza differisce da paese a paese e anche all’interno degli stessi Stati Uniti. Attualmente il CBD è legale in gran parte degli stati europei, oltre che in Messico, Uruguay, Australia, Nuova Zelanda, Israele, Sud Africa, Turchia Argentina, Porto Rico e Canada.

Qual è il problema in America? Proprio il fatto che le normative siano differenti da stato in stato, in quanto si fa differenza tra il CBD derivato dalla canapa e quello derivato dalla pianta di marijuana. Il primo, infatti, è assolutamente privo dell’elemento psicotropo che possiede il secondo, ovvero il THC.

Il CBD che deriva dalla canapa, dunque, può essere venduto come semplice integratore alimentare, ma non è possibile coltivare la pianta. Il CBD che invece deriva dalla marijuana è legale nei 28 stati nei quali è legale anche la cannabis. Solo in Idaho, South Dakota, West Virginia, Nebraska, Kansas e Indiana entrambi i tipi prima descritti sono illegali.

I rimanenti 18 stati consentono la vendita del CBD unicamente a scopo medico.

 

L’opinione di Satipharm

Satipharm è un’azienda svizzera, che ha brevettato capsule a base di cannabis, le uniche con certificazione GMP. Secondo questo produttore, il mercato è attualmente in una fase di evoluzione: il motivo per cui molti preparati di CBD trovano difficoltà a essere commerciati è l’assenza di certificazioni che ne rendano chiara la produzione.

Inoltre, mentre il CBD può essere venduto in Europa come integratore alimentare, in altri paesi questo viene considerato alla stregua del THC.

 

 

Come funziona ora l’import/export

La nazione importatrice emette un permesso per il paese esportatore, che obbedisce così alle leggi mediche nazionali dello stato che acquista. Ogni paese ha l’obbligo di segnalare quanta cannabis produce e quanta se ne consuma sul mercato interno, oltre a tutti i traffici di import export.

Attualmente sono l’Olanda e il Canada a rifornire una grande quantità di paesi, ma presto farà il suo ingresso tra i produttori che esportano anche Israele. Se l’Italia riuscirà a estendere, come pare voglia fare, la produzione di casa propria, potrebbe anche pensare a una futura esportazione e quindi monetizzare su una coltivazione in costante crescita.

Staremo a vedere nei prossimi anni quale sarà il destino di questa pianta tanto preziosa per i malati cronici.

 

 

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